I PIGS (maiali) affondano l’Europa.
Questa è l’affermazione che utilizzano gli anglosassoni per sintetizzare, con cattiveria, come molti osservatori vedono le difficoltà di bilancio di alcuni Stati in particolare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna – P.I.G.S.).
Ma cosa sta succedendo all’economia europea?
Negli ultimi giorni non si arresta l'ondata di vendite sui listini azionari europei sulla scia della speculazione innescata dai timori sulla tenuta dei debiti pubblici dei singoli Stati (in particolare Grecia, Portogallo e Spagna.)
Le manovre straordinarie dei governi negli ultimi terribili anni di crisi dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie.
Si sono intensificati i rischi sulla sostenibilità del loro debito pubblico: nell'ordine Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia.
Il debito pubblico è l'incubo degli investitori, e dei Governi.
Tra il deficit del 12,7% esploso in Grecia e quello dell’11,4% registrato dalla Spagna non corre poi tanta differenza, tuttavia il fatto che il debito pubblico della Spagna sia al 55,2% del Pil invece che al 113,4% come nel caso della Grecia crea un abisso tra le due situazioni. La situazione del Portogallo non pare più rosea, con un deficit al 9,3% e debito pubblico al 76,6% del PIL. L’Irlanda registra un deficit all’11,6% del Pil e un debito pubblico al 64,5%. Per l’Italia, che sembra più solida degli altri, perché una dura disciplina nei conti pubblici, fortemente controllati dalla Commissione Europea, (che non ha permesso di concretizzare gli annunci elettorali della destra sul taglio delle tasse, l’abolizione dell’IRAP e del Bollo Auto) ci ha permesso di mantenere il deficit al 5,4% ma il debito al 116% rimane comunque un problema con il quale fare i conti.
Dai dati emerge che gli stati più a rischio sono: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Mentre l'Italia appartiene ad un caso a parte. Noi abbiamo il rapporto debito/Pil stimato per il 2009 a quota 116 per cento (prima della crisi era al 104%). Tuttavia ci sono più fattori che gioca a nostro favore: il forte tasso di risparmio delle famiglie italiane; e poi, abbiamo sì il debito più grande, ma così è sempre stato e il mercato sembra averci fatto l’abitudine e non si preoccupa più di tanto.
Il nostro vero problema è la bassa crescita economica che continua a penalizzarci e non ci fa uscire dalla crisi.
È la crisi dei debiti pubblici innescata tra ottobre e novembre dalla Grecia e amplificata in dicembre dal quasi fallimento di Dubai.
E’ assai improbabile che si possano configurare condizioni d'insolvenza paragonabili a quella dell'Argentina nel 2001; ma per la speculazione internazionale è comunque un'occasione d'oro e il gioco è spingere al ribasso le attività dei paesi a rischio (compresi i titoli delle loro banche) come pure l'euro, già affaticato fin da novembre.
Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha sottolineato che le stime sull’Europa dei 16 parlano di un deficit/Pil al 6% contro il 10% del Giappone e degli Stati Uniti: è un dato molto importante che difende la solidità dell’Unione nel momento in cui l’euro ritorna a 1,37 dollari toccando il minimo degli ultimi sette mesi.
Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta l’Area dell’Euro da certe situazioni a rischio.
Le tensioni speculative e il clima di sfiducia rischiano dunque di portare nuovi colpi all’Unione Europea e Bruxelles si trova nuovamente nella necessità di dimostrare al mondo la coesione dell’Europa.
Sfortunatamente, i primi segnali fanno presagire che la risposta sarà in larga parte quella di sempre: un generico impegno contro l’evasione fiscale (strategia lodevole, efficace soprattutto nel medio-lungo periodo che però in un periodo di recessione offre risultati incerti) e contro l’inefficienza della spesa. Essi sono interventi poco convincenti se non accompagnati da dolorosi tagli della spesa pubblica.
Ad oggi la Grecia si focalizza soprattutto sulle entrate, puntando su una dura lotta all’evasione fiscale. La Spagna socialista di Zapatero non sembra in grado di ridurre la spesa pubblica. L’Irlanda solamente prevede un taglio della spesa pubblica a partire dal pubblico impiego, manovra rischiosa se effettuata all’uscita dalla crisi.
La prospettiva di superamento della crisi da parte dell’Unione Europea è un potente incentivo per agire subito. Una parte importante della risposta consiste in un impegno credibile per far sì che la disciplina di bilancio sia mantenuta non solo per il prossimo anno, ma per sempre. Le ragioni di opportunismo politico che hanno giustificato i deficit per più di 35 anni vanno combattute alla radice. Senza un taglio netto ai metodi del passato, il disastro sarà sempre dietro l’angolo.